Non Subito



Da Quella in cui vengo meglio, primo racconto di Non-subito.
Cara redazione di Non-subito,
vi scrivo perché una mia amica ha pubblicato una foto in cui vengo meglio di come sono venuta davvero.
Non so se riesco a spiegarmi. Non era una foto ritoccata in modo evidente. Non avevo la pelle finta, gli occhi enormi, il viso cambiato. Era una correzione piccola, quasi gentile. La luce un po’ più morbida, il volto meno stanco, la bocca leggermente più piena, la pelle più uniforme. Una di quelle modifiche che il telefono fa quasi da solo, senza chiederti davvero il permesso.
Quando l’ho vista ho pensato: finalmente.
Poi mi sono spaventata.
Perché quella foto non mi sembrava falsa. Mi sembrava possibile...
La scena vera era molto più semplice.
Il telefono sul tavolo. Io che penso: adesso la chiamo. Poi passa un po’ di tempo. Poi mi dico che forse è meglio dopo, che forse adesso non è il momento, che magari la conversazione si complica. Intanto immagino già il tono della sua risposta, la velocità con cui potrebbe spostare il discorso, il modo in cui io potrei perdere la frase.
Alla fine il telefono resta lì.
Questa era la scena vera.
Alla mia compagna ho raccontato l’altra...
Da Il telefono sul tavolo, secondo racconto di Non-subito.
Da Il telefono sul tavolo, secondo racconto di Non-subito.
Chiara non chiedeva davvero come fermarsi. Chiedeva come continuare ancora, senza che il corpo facesse troppo rumore.
La frase era sempre la stessa: ancora una settimana. Ancora una settimana e poi dormirò meglio. Ancora una settimana e poi risponderò con calma. Ancora una settimana e poi rimetterò ordine.
Ma quella settimana non finiva mai. Cambiava nome, cambiava calendario, cambiava urgenza. Restava sempre davanti a lei, come una soglia che prometteva riposo e intanto chiedeva un altro passo.
Non-subito prova a tornare lì: non alla stanchezza raccontata dopo, ma al momento preciso in cui Chiara, già seduta sul bordo del letto, con la sveglia spenta e il telefono in mano, si dice ancora una volta che non può fermarsi proprio adesso.
Da Ancora una settimana, terzo racconto di Non-subito.